Tutti i colori del giorno (di un giorno)

Tutti i colori del giorno

Quanti colori ci sono in un giorno? E quanti i colori di un giorno in una guerra “giusta”? “Tutti i colori del giorno (di un giorno)“, racconto tratto dal libro Fiabe di terra di Stefano Faraoni.

II rosso, il bianco, l’azzurro. E poi il rosso sul bianco e ancora tanto bianco; ancora tanto azzurro. Lo sguardo spaziava in alto per cercare disperatamente lassù qualche appiglio, un aiuto. Ma non c’era niente a cui appigliarsi, tranne l’azzurro profondo e schietto del cielo che stava là immobile e assente a guardarlo. Il bianco freddo gli dava una piacevole sensazione a contatto col calore del rosso; tuttavia il bianco freddo paralizzava quasi completamente molte parti del corpo. Pensò che i colori erano una splendida creazione della natura e che il nostro occhio percepiva tramite essi il multiforme e variopinto aspetto della realtà delle cose in tutta la loro bellezza.

Ora non sentiva più freddo e la mente era più lucida: riusciva a ragionare con chiarezza. I colori avevano un nome, splendido e orribile al contempo. Il bianco lo aveva quasi sempre lasciato indifferente, colore anonimo; forse leggermente positivo, ma senza dubbio anonimo. Il rosso, colore caldo, era il simbolo della forza, del vigore, della vitalità e per ciò stesso fra i più apprezzati. L’azzurro era il colore della limpidezza, della trasparenza, molto di più di quanto non lo fosse il bianco. Ragionava con insospettabile lucidità, dopo tutto.


 

Cacciò un urlo straziante con inaudita violenza, tanto che, se fosse stato udito, avrebbe fatto pensare piuttosto a qualche bestia immonda. Si sentiva meglio poiché in quell’urlo aveva condensato tutta la sua rabbia, e non solo la sua sofferenza. Le cose ingiuste e quelle giuste nella vita: quali erano? Forse era più facile elencare quelle ingiuste, e allora come non includere quella maledetta guerra, tutte le maledette guerre fra le cose ingiuste?

La marea informe di bianco lo circondava e lo stringeva senza dargli tregua. Il rosso, lento e inesorabile, si faceva strada sul bianco. L’azzurro tendeva al grigio. A pochi metri dalla sua mano una forma lunga metallica, familiare ed intima come il caminetto di casa sua, fors’anche più. Più in là un sacco semivuoto e abbandonato a se stesso, lontano, disperatamente, più di tre metri. Nel sacco era la sussistenza, la vita, l’unico modo per vedere e apprezzare ancora quei colori. Ma come arrivare al sacco? Maledetta, stramaledetta guerra.
Il rosso, predominante, mano a mano aveva investito e soffocato parte del bianco intorno. Sopra, il grigio era di nuovo azzurro. Provò con uno sforzo ad alzarsi, ma dovette desistere quasi subito; eppure doveva avvicinarsi in qualche modo al sacco se voleva uscire. Riuscì a concentrarsi decidendo di trascinarsi muovendo alternativamente braccia e gambe, ma, al contrario delle braccia, le gambe non rispondevano più. E poi c’erano quelle fitte lancinanti al fianco destro che non gli permettevano di spostarsi più di tanto. Passò un po’ di neve sulla ferita, sperando in tal modo di fermare l’emorragia. L’azzurro di sopra era più azzurro che mai. Il rosso per qualche attimo si arrestò.

 

Chi poteva, sciocco, o maldestro, o incosciente, aver voluto tutto questo! Chi poteva essere tanto delirante, Dio o uomo? Forse entrambi? Con la mente lucida come non mai, trovava il tempo di fare questi ed altri ragionamenti. Poi perse conoscenza per qualche tempo, e fu allora che, planando lentamente, discese vicino a lui un corvo completamente nero, splendido a vedersi. Coi suoi grandi occhi l’uccello prese a fissarlo in modo impertinente e tuttavia dolce. Con fare maestoso spiccò di nuovo il volo e si mise a volteggiare alto su di lui descrivendo cerchi sempre più ampi. Infine si posò nuovamente presso il suo corpo disteso e sembrò ad un certo punto che dovesse quasi accucciarsi vicino a lui. In tutto quel gran freddo, il corvo si trovava bene a contatto col calore emanato da quell’uomo. Stette vicino a lui per ore ed ore fino a che l’uomo riprese i sensi e si accorse della sua presenza.

—  Come mai ti trovi in questa situazione? — chiese il corvo.
In un primo momento l’uomo rimase stupito, poi, ripresosi, rispose al corvo:
— Non lo intuisci da te?
—  Forse hai lottato per procurati del cibo? — proseguì l’uccello.
—  No, senz’altro non è per questo.
—  Hai lottato per conquistare una femmina?
—  No neppure; sei lontano dalla verità.
—  Allora spiegami tu, poiché io non riesco a capire — riprese il corvo.
—  Non so se potrai comprendere perché tu sei una bestia.
—  Provati a spiegare ugualmente, ed io cercherò di capire.
—  Lotto per qualcosa che anch’io non comprendo bene. Senz’altro lo comprendono meglio di me gli altri a cui ubbidisco, ed è a loro che dovresti rivolgere questa domanda.
—  Ma come, lotti per qualcosa che non capisci?

Il nero, chiazza appariscente sul bianco informe e assolutamente immobile, si tinse un poco di rosso, ma non vi fece caso. L’azzurro tornò di nuovo grigio sino a che le nuvole sovrastarono completamente il blu, tanto da non lasciare neppure più uno squarcio di cielo sereno.

—  Allora, — insistette il corvo — non rispondi?
—  Non è che io non voglia risponderti, ma realmente non saprei che dirti. Vedi, noi uomini possediamo quasi tutti una cosa che viene chiamata “senso del dovere”. Io non ci ho mai creduto molto, eppure quando si è trattato di mettere alla prova questo senso del dovere, non ci ho pensato due volte e sono andato a combattere.
—  Sicché voi uomini in fondono uccidete anche se non lo volete. Il tuo ragionamento è troppo lontano dal mio pensiero.
—  Non è esattamente così, corvo. Vi sono anche degli uomini che uccidono perché vogliono uccidere.
—  Per essere un capobranco?
—  In un certo senso sì, ma non solo per questo: l’uomo possiede anche altre brutte qualità come l’egoismo, l’arrivismo, la sopraffazione.
— Ma tutto ciò in funzione di cosa? Della difesa della sua vita?
—  Non gli basta questo, l’uomo vuole ben altro.
—  E cos’altro può volere di più, dato che ho sentito dire che è l’essere più intelligente e versatile?
—  È inutile, corvo, non riusciresti a capire.

I piedi e le gambe dell’uomo erano quasi completamente congelati. Egli capì che doveva tentare di muoverli, ma quelle maledette fitte al fianco non gli permettevano di spostarsi granché. Riunì tutte le sue forze e riuscì ad alzare il corpo da terra, quindi protese il busto verso le gambe e con le mani cercò di far fare agli arti inferiori alcuni movimenti. Quale sofferenza indicibile gli costò questo sforzo non è facile a raccontarsi. Piegò le gambe avanti e indietro con l’aiuto delle braccia. Le gambe non le sentiva più, era come se non ci fossero. Da principio, all’inizio della fase di congelamento, gli dolevano molto; poi, questo dolore era andato scemando progressivamente, per sparire infine del tutto. Il corvo nero lo fissava sempre più incuriosito ed attento. Sullo sfondo gli altissimi monti si tingevano di un rosa tenue e benevolo, vasta e meravigliosa cornice al piccolo accadimento. La calda vista dei raggi del sole, che declinava piano all’orizzonte, riuscì a rincuorarlo. La roccia nuda dei picchi, fonte pregnante di vita, era il modello perfetto di non so quale acquerello, mentre l’azzurro, fattosi ancora prepotentemente largo fra i nembi, imperava maestoso. Anche l’arancio del sole volle farsi notare disperatamente quelle ultime volte prima di sparire definitivamente. Era quello l’evento più temuto di tutti: se il sole andava via prima ancora ch’egli riuscisse a medicarsi e a ripararsi in qualche modo, era senz’altro finita.

— Dimmi, uomo, — riprese il corvo — vorrei sapere ancora da te se è vero allora che siete così intelligenti come dite. A me pare di no, visto come vi comportate. Dunque dimmi, dimmi come la pensi, ché sono molto interessato alla tua risposta.

Ma l’uomo non rispose. Allora il corvo saltò su di lui, si avvicinò al suo volto, si mise di fianco e con un solo occhio osservò attentamente la faccia dell’uomo, quindi balzò di nuovo a terra e vi stette per alcuni istanti, poi spiccò il volo veloce.
Tre quarti d’arancio coloravano l’orizzonte, due quarti di cielo erano sereni, un quarto, solo un quarto di vita restava all’uomo. Il rosso formava un rivolo netto e distinto per quasi due metri sul bianco. La figura giaceva inerte, senza colore alcuno. Poi, ancora bianco a non finire, disperatamente, fin dove arrivava lo sguardo.
Quando rinvenne era allo stremo. Si ricordò dello zaino che ad ogni costo doveva raggiungere, ma non c’era niente da fare poiché riusciva a spostare solo il tronco senza poter fare altrettanto con le gambe. Si accorse che trascinarsi con le braccia era pressoché impossibile perché non ce la facevano a portarsi appresso il peso del corpo, per cui c’era una sola cosa da fare: tentare di rotolarsi fino a raggiungere lo zaino. Anche questa fu impresa molto più ardua di quanto non si possa descrivere. Tuttavia infine riuscì ad afferrare il sacco e ne trasse delle bende con le quali poté a stento tamponare la ferita, quindi ne trasse un paio di coperte con le quali si coprì come meglio poteva. Poi tirò fuori delle gallette che masticò ed ingerì a fatica. Pensò di non avere più speranze ed attese ormai tranquillo di morire.

—  Ce n’è un altro là! — disse uno dei due uomini.
— Forse se la cava, — aggiunse l’altro — carichiamolo sulla barella.

Lo caricarono sulla barella e lo portarono via distrattamente. Era l’alba.

Aprì gli occhi lentamente e, mentre lo stavano trasportando, gli sembrò di intravedere in alto una figura familiare. Vide, altissimo nel cielo, il nero volteggiare sopra di lui, un nero che colorava tutto l’universo, un nero che era la emanazione profonda di Dio. Il corvo pian piano discese e si posò sulla barella. Recava in bocca un tozzo di pane, raccattato chissà dove, frutto di chissà quali indefesse, defatiganti ricerche durante tutta la notte, sforzo terribile e disperato, ma consapevole e deciso. Lo portò con infinita dolcezza alla bocca dell’uomo e aspettò che questi lo mangiasse tutto, rimanendo accanto a lui.

L’uomo guardò il nero, lo toccò e sorrise.

Ultimi Commenti
  1. paola bosca

    che meraviglia!! devo assolutamente continuare a leggere stefano faraoni. grazie di cuore.

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