Sant’Anna di Stazzema. Ieri e oggi

sant'anna di stazzema

Sant’Anna di Stazzema, ieri e oggi.

12 agosto del 1944, una strage immane. Quattro ore da incubo in cui per mano dei nazisti perdono la vita 560 persone tra cui tanti bambini. 12 agosto 2012 il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e il presidente del Parlamento Europeo Martin Schultz ricordano, nel paese dell’Alta Versilia, il sessantottesimo anniversario di quello che è considerato l’eccidio più efferato messo in atto dai soldati del folle Hitler.

Anche noi vogliamo rendere omaggio alle vittime di quel delirio, ma lo facciamo a modo nostro, riportando una pagina bellissima dello scrittore Stefano Faraoni. Poche le righe, intense le emozioni suscitate dal ricordo di quel viaggio a Sant’Anna di Stazzema in cui la bellezza del paesaggio, la forza della natura e il silenzio si fondono e confondono con la pietà e il dolore.

Quel settembre, percorrendo le stradine strette del paese della strage, non potevo fare a meno di guardare in alto, come faccio spesso; stavolta guarda vo verso quella cima alta delle Apuane, che assomiglia così tanto ad una vetta dolomitica. Sì, lo sguardo era bene, era meglio che andasse verso l’alto, più in alto possibile. Oltre quei fiori sul davanzale della casa, oltre i manifesti elettorali e quella fontanella incistata nel muro, che immagino fosse di acqua purissima. Lo immagino e deve essere stato così. Cercavo un segno e speravo di non trovarlo; non c’era cosa che ricordasse l’assurdo. Così, dopo qualche chilometro di tornanti e una fitta vegetazione ai bordi della strada, quasi mi convincevo che l’unica cosa assurda lì sopra fossero proprio quelle montagne fatte di conchiglie pressate.

Perché lì un tempo c’era il mare. Uscite come un tritone dalle acque per ergersi in un impeto di fierezza, queste primissime cime voltavano le spalle a gran parte della penisola  e si rivolgevano direttamente al mare, ne saggiavano ancora i fumi della salsedine. Sempre in alto, sempre verso l’alto, dove lo sguardo disperato di qualcuno voleva appendersi per non vedere più sotto quel che era successo, che stava succedendo. Vecchi, donne e bambini. Chiudo gli occhi.

Il 12 agosto 1944 arrivano quattro compagnie delle SS del secondo battaglione: la quinta, la sesta, la settima e l’ottava. Gli uomini adulti, pensando alla rituale retata, fuggono per la valle. In alto, sempre su, in alto, rimangono solo vecchi, donne e bambini. Guida i nazisti Anton Galler, un ex fornaio. Evelina Beretti in Pieri è nella sua casa e aspetta la levatrice. Gli uomini  delle SS aprono il ventre di Evelina con le baionette e lanciano il feto per aria sparandogli alla testa. I nazisti radunano vari gruppi di persone trascinandole fuori di casa per ucciderle: alla fine vengono  trucidate 560 persone. Tra cui molti vecchi, donne e bambini. Quell’anziano che incontro per strada mi dice che festeggeranno la riparazione dell’organo della Chiesa, mezzo distrutto dalla furia di chi ha osato considerarsi uomo in quegli attimi infiniti d’estate. Sì, aprire gli occhi, perché tanto prima o poi gli occhi si devono aprire. E vedere allo specchio che volto ha la vergogna, perché la mia faccia è fatta della stessa materia di quella dei nazisti, e ora io mi vergogno di essere un uomo. Vecchi, donne e bambini.

Alzando gli occhi in alto, ho visto queste Alpi in miniatura, con la loro carne di marmo bianchissimo, con quel nitore accecante che questa pietra perfetta fatta di conchiglie vive ha regalato per l’ultima volta sull’altra carne, quella della gente del 12 di agosto 1944. Carne di uomini, carne di vecchi, di donne, di bambini“.

Stefano Faraoni

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