Ravi Shankar, addio Godfather

Ravi Shankar

All’età di novantadue anni ci lascia Godfather, al secolo Ravi Shankar, il musicista e compositore orientale genio del sitar che ha segnato un’epoca.

A dire il vero, Ravi Shankar “is the Godfather of World Music” furono le parole esatte pronunciate da George Harrison quando ribattezzò il grande musicista con il nome di Godfather.

Erano i tempi di Woodstock, del Festival di Monterey e del Concerto per il Bangladesh. Gli anni a cavallo del 1968. Gli anni in cui dal seme piantato da Jack Kerouac che aveva introdotto quella “Beat Generation” anticonformista del movimento giovanile di New York, nascevano i figli dei fiori. Gli anni in cui il suono del sitar, sull’onda dell’interesse per la filosofia orientale, parlava di quella cultura underground che esprimeva il dissenso di una vasta area del mondo giovanile. Dissenso contro il consumismo, il conformismo, le discriminazioni razziali, le tendenze imperialistiche della politica statunitense, le insidie della “guerra fredda”, che, con la crisi di Cuba del 1962, fu ad un passo dal convertirsi in aperto conflitto tra le superpotenze, impegnate, allora, nella gara per gli armamenti nucleari. Quella cultura che oggi si riconosce come “Movimento Hippies” che contrappose il “potere dei fiori”, a quello delle armi, e, più in generale, il rifiuto delle logiche economiche e politiche prevalenti, da parte proprio di quella “beat generation” (da cui prese origine) che si proclamò “sconfitta” dalla ferrea legge del progresso diventando una generazione di perduti e borghesi sdegnati dal movimento hippies che pur avevano generato. E fu proprio grazie ai virtuosismi di Ravi Shankar, il più noto sitarista e compositore indiano, che questo strumento diventò il simbolo di una generazione.

Il sitar, strumento a corde dell’India settentrionale (probabilmente dal termine persiano seh-tar, che letteralmente significa tre corde) fu molto amato dai Beatles e soprattutto da George Harrison. Non a caso per tutti gli anni ’70 il maestro del sitar e il leader dei Beatles lavorarono insieme in lunghi tour negli Stati Uniti e in Europa e l’album prodotto in quell’occasione permise a Shankar di vincere il secondo Grammy Award dei tre da lui ottenuti. Ma i baronetti di Liverpool non furono i soli ad apprezzare il suono del sitar, infatti, anche i Rolling Stones e gli Yes lo utilizzarono in molte canzoni e, ancora oggi, Aldo Tagliapietra, voce de Le Orme, ne possiede e suona più di uno, anche se non compare nei dischi del gruppo.

Godfather era nato a Varanasi nel 1920 e lascia la moglie Sukanya e due figlie musiciste, Anushka, che come il padre suona il sitar, e la cantante Norah Jones, in verità mai ufficialmente riconosciuta. Fra i numerosi eventi che hanno segnato la sua carriera artistica, un’esibizione nella Casa Bianca su invito dell’allora presidente Gerald Ford, un concerto Raga Mala legato alla sua autobiografia diretto da Zubin Mehta, e una prolifica collaborazione con il musicista Philip Glass che portò alla pubblicazione dell’album Passages del 1990.

A Ravi Shankar oggi va il nostro doveroso ricordo insieme a un sentito grazie.

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