Non ho paura. Ora so! Pensando a Pasolini

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Non ho paura, almeno ora non più, perché la riflessione, chiodo fisso di questi miei trent’anni, mi offre tutte le risposte. La consapevolezza che la zona d’ombra della realtà quotidiana insidiosa e meschina, ti manipola e t’illude mentre ti riduce in catene, ora ha un perché. Rifletto.

C’è da chiedersi perché e come mai siamo giunti al termine del mondo, così come lo abbiamo conosciuto in quest’ultimo secolo. Perché continuiamo ad assistere passivi e attoniti al lento smorzarsi del cuore pulsante di una Nazione così giovane e bella ma tanto debole, malata, sfasata dai continui cambi di stagione e di bandiera. Povera Patria, anche lei al capolinea. Per trovare una risposta a queste domande, dobbiamo spostarci nel tempo e arrivare a  un decennio lontano, oggi tanto ricordato e rimpianto. A un decennio mai vissuto da tanti di noi perché non ancora nati. Gli anni ‘60 così esaltati dai nostalgici protagonisti di quel movimento che avrebbe dovuto cambiare il mondo. Gli anni “migliori” ricordati con enfasi nei tanti “noi che…” da quegli stessi protagonisti che poi hanno messo al mondo dei figli acritici tenuti al guinzaglio dalla nuova società del consumo. A leggere e ascoltare i loro racconti di lotta pare che la loro generazione abbia conquistato qualcosa di speciale, di unico, di nuovo. A tratti ci credo, mi entusiasmo, convinto che il tutto si possa ripetere ancora oggi. Ma qualcosa non torna. Dal 1968 a oggi sono trascorsi solo quarantaquattro anni. Troppo pochi! Nemmeno il tempo di annusare lo Stato di diritto (ove mai ne fosse mai nato uno perché il triste momento storico che viviamo fa sorgere seri dubbi in merito) che ci si ritrova al punto di partenza. E torna in mente sempre lui: Pier Paolo Pasolini. Dichiaratamente di sinistra, Pasolini fu molto critico nei riguardi del movimento studentesco e, per coerenza, molto critico nei confronti dei giovani del suo tempo.

A riguardo sembra che nulla sia cambiato, anzi si è rafforzata l’incapacità a reagire, ciò dovuto al disinteresse totale di quanto accade loro attorno e le modalità di protesta trovano molto similitudini con quelle del 68. E non finisce qui. Mentre il disordine imperava, in quegli anni Pasolini andò ben oltre denunciando la corruzione dei politici, i poteri forti che attuarono la politica del terrore per arginare in qualche modo l’ondata del 68 e ristabilire o innovare l’egemonia di pochi su un intero popolo. Basta ricordare le stragi, Milano 12 Novembre del 1969, Brescia e Bologna del 1974. Veri e propri colpi di Stato che hanno tentato di minare il movimento screditandolo agli occhi dell’opinione pubblica grazie alla manipolazione dei mezzi d’informazione. E in tutta franchezza, prima o poi, bisognerà ammettere che siano riusciti nel loro intento.

Nel 1974 Pier Paolo Pasolini fece dichiarazioni shock, scomode, imbarazzanti per la classe politica dell’epoca, facendo i nomi delle alte cariche dello Stato responsabili, a suo dire, di almeno una delle stragi sopra menzionate, Milano 1969, dichiarazioni che pagò con la vita.

Per questo non è sbagliato dire che quel 2 novembre 1975 si consumò un efferato assassinio di Stato. L’ennesimo. La sua morte segnò la fine dell’informazione, dell’impegno sociale intellettuale. Non gli fu concesso il tempo di vedere la nascita e lo sviluppo del nuovo impero, del nuovo mostro che ha ridotto la società odierna a una larva insensibile, abietta, sempre più acritica. Non ha assistito alla morte delle ideologie, non ha visto ogni corrente di pensiero, abdicare in nome del dio denaro. Non a caso, a soli tre anni dalla sua morte, dall’ombra esce la figura di Silvio Berlusconi che con il suo impero economico-mediatico, inaugura una stagione di cambiamento culturale e sociale: le pratiche di liberazione diventano l’apologia del liberismo e l’immaginario di rivolta si riduce alla trasgressione addomesticata dei palinsesti televisivi Fininvest.

Continua…

di Pasquale Sacchinelli

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