Niemeyer, da Brasilia a Ravello

Oscar Niemeyer

“L’architettura è una specie di oratoria della potenza per mezzo delle forme“. Friedrich Nietzsche.  Rio de Janeiro 5 dicembre 2012, muore all’età di 105 anni – non ancora compiuti – l’Architetto Oscár Niemeyer.

Oscár Niemeyer, l’Architetto del Novecento, questo secolo lo ha vissuto tutto. Non c’è posto del mondo in cui non ci sia un segno tangibile della sua grandezza: il palazzo della Mondadori a Milano; quello dell’Onu, a New York; il contestato Auditorium a Ravello e la sua opera omnia: in Brasile Brasilia, capitale del Gigante Sudamericano.

Niemeyer il comunista amico fraterno di Fidel Castro; Niemeyer e la bellezza, Niemeyer e il cemento; Niemeyer e – grazie proprio al cemento – le sue curve simbolo di vita, sessualità, armoni, spazio infinito.
Ed è proprio con le sue “curve” e con la sua idea di “Architettura” che noi vogliamo rendere omaggio al Maestro che, quasi sicuramente, più di ogni altro ha indagato attraverso le sue architetture, il tema dell’astrazione, del plasticismo e della libertà della creazione spaziale.

Oscar Niemeyer

Ecco, dunque, uno stralcio di uno scritto di Oscar Niemeyer del 1978 pubblicato in Italia dalla Arnoldo Mondadori Editore di Milano sul tema affascinate della forma in architettura:

“[…]Pampulha sorse con le sue forme svariate, le sue volte diverse e le curve della pensilina della Casa do Baile a provocare i tabù esistenti. […]Ma non tutti sorridevano. Per i più dotati Pampulha era una scelta attraente, che consentiva quella libertà che il funzionalismo proibiva, per altri, era un cammino difficile da seguire e prima di tutto da concepire.[…] E le parole barocca e fotogenica si ripetevano, vuote e gratuite, poiché quelli che ci contestavano non avevano nulla di nuovo da suggerire. L’idea del barocco, che Herbert Reed capiva così bene, si riassumeva per essere un termine peggiorativo, le cui sfumature e i cui significati dimostravano di non conoscere.  La stessa curva, che tanto li turbava, era da essi disegnata in modo fiacco e sfibrato, poiché non lo sentivano, come noi, strutturata e fatta di curve e rette. Non riuscivano a comprendere persino le colonne, che noi non accettavamo per i nostri edifici e sostituivamo con forme libere e varie. Un giorno, raccontai come le progettavo, come nel disegnarle mi vedevo passeggiare tra esse e gli edifici, immaginando le forme che avrebbero avuto, la possibilità di variare i punti di vista, ecc. La mia intenzione era di mostrare come il problema plastico era laboriosamente pensato e come ci impegnavamo con cura in esso…”.

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