Moby Dick di Melville, grazie Google!

Doodle

E all’indimenticabile capolavoro di Hermann Melville, Moby Dick, che oggi Google dedica il suo doodle.

Grazie, dunque, a Big G che oggi, in occasione dei 161 anni del libro, ci offre l’occasione di parlare del mito di Moby Dick. Esattamente il 18 ottobre del 1932, Melville pubblicava quella che in superficie è una storia di lupi di mare e baleniere e in profondità e un complesso scritto filosofico zeppo di tutto. Dalle metafore alle digressioni politiche; dai simbolismi alle pagine di una modernità sconcertante contro il razzismo; dalle allegorie alle riflessioni sulla religione, sul mondo, sulla Natura e l’Uomo. Insomma, Hermann Melville con uno stile tutto ottocentesco, molto fiorito e per nulla sintetico, scruta l’animo umano, avventurandosi nei perché e negli incubi peggiori, a 360 gradi: “dalla imperscrutabilità dei piani del disegno di Dio, alla pervicacia del male che travolge l’umanità, al peccato d’orgoglio, il più grande che trafigge il cuore dell’umano”, come scrive egregiamente nel suo saggio Barbara Spinelli.

Moby Dick

Nel libro, dunque, pur avvincente nella sua narrazione fantastica, si parla del nesso misterioso tra l’esistenza umana e la volontà divina. C’è la spasmodica ricerca della verità o comunque la tensione verso il vero. Moby Dick, la grande balena bianca, non è solo un albino capodoglio, ma un mito che di volta in volta, diventa il simbolo ecologista di una Natura ribelle e vendicativa; del Dio severo dell’Antico Testamento che si diverte a imbastire destini o della cinica Morte spesso punitiva, a volte liberatoria. Per la filosofia la sfida del capitano Achab con l’enorme balena bianca significa il confrontarsi dell’uomo con i grandi temi che affliggono l’esistenza. L’eterna lotta fra il bene e il male. Una lotta del bene (uomo) contro il male (balena) che si trasforma nell’incubo peggiore quando l’uomo scopre che il male è in se stesso e si trova costretto faccia a faccia con il suo peccato, la sua colpa. Un incubo che, in questa gara, ti spinge a fare il tifo per la balena, bianca come il simbolo della purezza. Ed è così che il male diventa bianco e il bene diventa nero. Si ribaltano certezze e canoni prestabiliti e la ricerca del vero, del giusto di venta sempre più ardua.

Un racconto, una storia vera, un saggio filosofico, un romanzo, un’avventura, una favola? Come definire questo libro? Un incontro con l’animo umano. In Moby Dick Hermann Melville ha descritto come forse in nessun libro è stato mai fatto, l’abisso infelice che si spalanca nel cuore degli uomini quando hanno brama di tutto; quando hanno una fame insaziabile perché non hanno consapevolezza di ciò che vogliono; quando straniscono per l’irrequietezza e devono partire a ogni costo: non sanno per dove, ma devono andare. Ed è proprio in questo richiamo inconsulto e irrazionale la tangibile “manifestazione cosmica di una volontà soprannaturale, messaggera orrenda come di un aldilà greve e di terrore, di mistero e di illimitato potere, spietata nel nascondere sotto il colore simbolico, la ferocia di una realtà mascherata di soave dolcezza e soprattutto l’inafferrabile, elusivo, tantalizzante fantasma dell’inconoscibile.” (Fernanda Pivano)

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