L’effetto Placebo di Battle For The Sun

Placebo

Come molti sanno “Battle For The Sun” è il primo album dei Placebo pubblicato dopo la rottura con la Major Virgin e anche il primo senza il contributo del batterista Steven Hewitt, sostituito dall’americano Steve Forrest.

Registrato in Canada sotto la supervisione di David Bottrill (in passato al fianco di Tool e Muse), il sesto album dei Placebo si colloca in scia con il precedente “Meds” e similmente a quello pare nel complesso non riuscire a riscattare del tutto una senilità creativa sempre più evidente e farraginosa.
Se già il singolo “For What It’s Worth” era sembrato un doccia di tiepido rock da anonimo pomeriggio radiofonico in tangenziale, il resto tende addirittura a scadere in una forma di retorico e scipito rock consolatorio, che vorrebbe celebrare la bellezza del mondo sviolinando i suoi “Viva La Vida” a squarciagola, ma che troppo spesso si risolve in un ciarpame di melodie romanticheggianti e smielate di una stucchevolezza a tratti sorprendente, soprattutto se si tengono bene a mente i trascorsi della band di Brian Molko.

Non ce ne vogliano i fan della prima ora, ma la band che ha scritto e performato questo “Battle For The Sun” sembra aver smarrito quasi del tutto il proprio carisma iconico e quella tenebrosa allure glam-wave vagamente morbosa e peccatrice che ne aveva decretato l’enorme successo e popolarità agli inizi di carriera. Il suono dei Placebo subisce, infatti, un pesante lifting coldplaycizzante, a base di infiorettate partiture d’archi fin troppo bonarie e lacrimevoli, che vanno di pari passo con chitarroni finto incattiviti da palasport dei nostalgici, che in certi frangenti riportano alla mente addirittura 30 Seconds To Mars o i Linkin Park più melodici.

Da salvare c’è ben poco o quasi niente. Le buone idee, si sa, sono più rare di una zanzara in Antartide: “Happy You’re Gone” non sarebbe neanche una canzone da buttare, ma quel romanticismo da teen movie californiano che la permea in ogni accordo finisce col renderla poco potabile sulla lunga distanza. Stesso problema si propone invariato per tutta la durata dell’album, da “Speak In Tongues” a “Kitty Letter”. Forse non è il caso di accendere le sirene di troppo facili disfattismi, ma è un fatto incontestabile che se la band non escogiterà presto un qualche tipo di stratagemma o scappatoia, finirà con rimpolpare le fila della giuria di un’ ipotetica versione indie di X-Factor, assieme a Keane e Starsailor.

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