I silenzi del dolore. Da donna a donna

I silenzi del dolore

Una storia vissuta. I racconti di una donna.

E’ il telefono che aiuta le donne?”
“Si, è la sezione operativa di B. Sono Eleonora posso aiutarti?”
No!”

Finisce così il primo contatto con Stella (nome inventato per ovvi motivi)
Era il 1990. Il Telefono Rosa era nato nel 1988, e in ogni provincia si cominciavano ad attivare i primi servizi.
Ricordo l’entusiasmo con il quale, insieme ad altre donne, di ogni età e colore politico, c’eravamo buttate in questa impresa. Essere operatrici del “Telefono Rosa” ci faceva sentire in qualche modo importanti. Pensavamo bastasse la nostra convinzione e la nostra caparbietà a cambiare nel nostro piccolo centro del Sud il mondo delle donne. Non eravamo molto esperte e non avevamo idea di cosa veramente potesse significare la parola “violenza”. Eravamo sempre le stesse a partecipare attivamente alla politica, ai convegni, alle manifestazioni. Le pasionarie di turno che volevano a tutti i costi allargare la platea delle donne attive e protagoniste.
Ancora non sapevamo che quell’esperienza, durata pochissimo, avrebbe lasciato un segno indelebile dentro ciascuna di noi.
Avevamo partecipato ad alcune selezioni, prima di diventare operatrici. Ci incontravamo un paio di volte a settimana con una psicologa, un avvocato e altre professioniste di già provata esperienza. Mesi importanti che servivano a darci i primi rudimentali strumenti per assolvere un compito così delicato e così duro al contempo.
Trovammo la sede, attivammo il numero e facemmo una grande campagna pubblicitaria “fai da te”. Da sole preparavamo volantini, manifesti. Da sole li attaccavamo ai muri. Da sole organizzammo una presentazione nella Villa Comunale. Fu una manifestazione in cui  il numero degli addetti ai lavori superò di gran lunga le donne intervenute.
Per giorni e giorni quel telefono non squillò. Portavo con me i libri per studiare durante il mio turno. Almeno non sprecavo tempo.
Un giorno di fine marzo, una pioggia battente mi convinse ad andarmene prima della fine del turno. Ma mentre stavo per chiudere, intorno alle 17 circa, il telefono squillò.
La telefonata fu telegrafica. Quel “No!” deciso alla mia domanda “Posso aiutarti” mi aveva quasi irritata. “Che chiami a fare se non vuoi aiuto?”. Pensai stizzita.
Andai via. Ma quel “No!” mi ronzava nella testa. Non era il solito scherzo. Il tono era greve. Più ci pensavo e più quel “No” mi suonava come una richiesta d’aiuto. Arrivata a casa ho chiamato la psicologa che minimizzò la cosa. Mi liquidò dicendomi che, chiunque fosse,  se voleva davvero aiuto avrebbe richiamato e iniziò la solita solfa sul fatto che non potevamo tenere il centro aperto, che le donne del nostro territorio non avrebbero mai chiamato al centro, che la mentalità era quella che era e bla…bla…bla.
La salutai. Passarono quattro giorni. Continuavo ad informarmi dalle mie colleghe se qualcuno avesse chiamato. Ma nulla. Il quinto giorno, Anna mi chiama e dice “Ha chiamato una che ha chiesto di Eleonora e poi ha attaccato”. Ero sicura che fosse lei. Decisi allora di andare tutte le sere. Ormai stavamo per chiudere la sezione operativa. Erano arrivate in mesi poche telefonate inerenti ad informazioni su separazioni, divorzi, alimenti per i figli. Ma erano state veramente poche per cui avevamo deciso che a luglio dello stesso anno avremmo chiuso. Eravamo arrivati agli inizi di maggio. Avevo, non dimenticato, ma volontariamente rimosso, quella telefonata. Eravamo io e Silvana quella sera beatamente sedute a chiacchierare della sua imminente maternità, godendoci il dolce tepore di quella bella serata di primavera, quando Stella richiamò.
Sei Eleonora?”
“Si. Tu chi sei?”
Stella
Seguono secondi di silenzio interminabile.
Mi sentivo imbranatissima. Non sapevo cosa dire. Forse avevo paura che se avessi proferito parola sarebbe di nuovo scomparsa.
“Sei ancora là?”, osai timidamente. Ancora silenzio.
“Da dove chiami?”
Da casa mia”, rispose esitando.
“Sei sola?”
“Adesso si…ma per poco”.
“Con chi vivi?”
Con i miei genitori e i miei fratelli”.
Non sapevo se chiederle di incontrarci, forse era troppo presto. Sapevo che non era sensato dare il mio numero di telefono privato, perché doveva rimanere traccia delle conversazioni e, il turno veniva fatto in due proprio anche per questo. Non c’erano i cellulari all’epoca e non avrei saputo come ricontattarla se all’improvviso fosse tornato qualcuno e lei si fosse ritrovata costretta ad interrompere la conversazione.
“Va tutto bene?” , provai a chiedere. Non volevo fare una domanda diretta.
Si…No…non va nulla bene”.
Altro silenzio
“Quanti anni hai?”
17 a giugno”.
“Che giorno?”, chiesi cercando di buttarla sul frivolo.
Il 27”.
“Accidenti sei del Cancro come me…io sono nata il 30”.
Non reagì…Ancora silenzio.
Mi decido.
“Stella vuoi chiedermi qualcosa?”
Silenzio
Cominciavo ad andare nel pallone. Avvertivo che c’era qualcosa di serio. Ma non sapevo cosa fare. Non ero stata preparata a questo. Mi avevano insegnato cosa rispondere, le indicazioni da dare. Sapevo rendermi disponibile. In teoria dovevo essere la più comunicativa. In teoria. Ma questa era la realtà.
“Vai a scuola?”
Non più”.
“Perché hai smesso?”
Non mi andava…non potevo”.
“Non potevi?”
No”.
Ancora silenzio
Devo andare adesso”.
“Aspetta Stella…se ti lascio il mio numero di casa puoi chiamarmi quando vuoi anche di notte. Qui chiudiamo ad una certa ora. Ma tu chiama appena ti sarà possibile”. Lo dissi d’un fiato, così come d’un fiato, non pensando a regolamenti e buon senso, snocciolai il mio numero telefonico. Silenzio.
“Lo farai?”
Altri secondi di silenzio e poi disse:
Non lo so”. E riattaccò.
Ero sudata per la tensione e la frustrazione. Mi sentivo inadeguata e la cosa mi metteva addosso un’angoscia palpabile.
Tornai a casa di corsa. Aspettavo che il telefono squillasse esattamente come si aspetta la telefonata della prima cotta adolescenziale.
Mi ripetevo “Sarà arrivata la famiglia. Fino a domani o chissà quando, non potrà chiamare”. Facevo mille ipotesi. Ero divorata dalla curiosità. Era il mio primo caso, volevo conoscerlo a fondo e , presuntuosamente, risolverlo.
Alle 2 di notte della stessa sera, Stella chiamò.
Non potevo più andare a scuola perché io non sono come le altre”, esordì concitata.
Questa volta il silenzio era il mio. Svegliata in pieno sonno facevo fatica a capire bene.
Non sono come le altre…non sono come le altre”, ripeteva in modo ossessivo.
Allora mi sorpresi a pensare che forse ero di fronte a qualcuno che ha un grave handicap e che questo glielo facessero pesare. In fondo anche questa è una violenza diffusa.
“Stella, calmati. Cosa vuoi dire?”
Cosa voglio dire? E’ appena uscito dal mio letto il fratello di mio padre!!”
Non sento più silenzio adesso, solo singhiozzi.
“Stella…”  Fu l’unica cosa che riuscii a dire.
Ha 50 anni. Da quanto avevo 8 anni si infila nel mio letto…l’ho detto a mamma e mi ha detto che certe cose non si dicono…”.
Lui vive con noi e mi compra vestiti e compra vestiti anche a mia madre e a miei fratelli…”. Singhiozzi confusi a parole che non riesco a sentire.
Vuole fare cose che non mi piacciono e quando se ne va a me brucia tutto…a volte mi esce sangue…
Mi lavo sempre perché sono sempre sporca…
Non posso andare a scuola…lo vedo come mi guardano…mi lavo sempre ma sono sporca”.
“Stella dove abiti?”, provai a chiedere.
Mio padre dice che mio zio è la persona migliore del mondo e che se non fosse per lui non avremmo nemmeno la casa…ci porta sempre in vacanza ed è buono anche con i miei fratelli…deve comprare il motorino a Marco appena finisce la scuola…
“Lo sa tuo padre?”
La mia amica mi ha detto che lo ha fatto con il fidanzato ed è bello…a me non sembra bello…mi fa molto male…
“Le tue amiche lo sanno..ne hai parlato con qualcuno?”
Non rispondeva alle mie domande… Non le ascoltava nemmeno
“Stella possiamo aiutarti, calmati adesso…”. Dissi sapendo di dire una cavolata madornale. Calmarsi? Cosa c’era da calmarsi? Come poteva calmarsi? E c’è un modo per placare la disperazione, la rabbia inesplosa per anni? Avrei potuto solo abbracciarla se fossimo state vicine. Ma al telefono mi uscì la cosa più sciocca, insensata, banale che avrei potuto mai dire in quel momento: calmati!
Non ha nemmeno i denti…certe volte me lo mette in bocca e puzza tanto che vomito e quando succede lui mi picchia…
“Non sente nessuno a casa tua?”
Non voglio vivere così. Lo ammazzo giuro che lo ammazzo…
“Stella, per favore, dimmi dove abiti, dimmi il tuo cognome”. Urlai implorando.
Ma la conversazione si era interrotta.
Non chiusi occhio. Chiamai tutti a quell’ora della notte. Mi ricordai di un amico del mio ex marito, allora fidanzato, che era capitano dei carabinieri. Chiamai il mio ex che mi diede il numero della caserma. Non rispondevano. Il giorno dopo alle 6 del mattino ero in caserma decisa a rintracciare quel benedetto numero di telefono.
Ringrazio della disponibilità quanti si attivarono per aiutarmi in questa impresa. Dopo un paio di giorni seppi che il numero corrispondeva ad una cabina telefonica del centro. Mi aveva mentito, non chiamava da casa. Questo convinse tutti, forze dell’ordine, amiche colleghe, psicologa, avvocato, che fosse uno scherzo di qualche gruppo di ragazze che se la ridevano di gusto alle nostre spalle. D’altra parte qualche volta era già successo.
Ma loro non avevano ascoltato le parole concitate, i singhiozzi e i silenzi…
Strano come siano stati soprattutto quei silenzi a parlare e come sono quei silenzi a essere ancora ascoltati dalla mia mente a distanza di anni. Avevo avuto la stupida idea di farla chiamare a casa mia. Risultato? Non c’era  nessun dato tangibile o testimonianza diretta, oltre la mia,  su cui si potesse basare una denuncia atta ad avviare indagini approfondite. D’altra parte non bisogna dimenticare che erano gli  anni (tra ‘80 e ‘90 del secolo scorso) in cui era di moda parlare di “diritto sessuato”. Erano anche gli anni del lungo varo di una legge sulla violenza sessuale, protrattasi per vent’anni e sei legislature, anche se rispondeva alle richiesta dell’elettorato femminile di tutte le parti politiche e non costava una lira allo stato, dovendo solo spostare la norma dai “reati contro la morale” a quelli “contro la persona”.
Anni in cui, secondo una vecchia, ma ancora purtroppo attuale, concezione si metteva lo stupro nel novero dei delitti solo contro la morale  e che questa anche se esaltata a parole, giuridicamente non vale molto. Quindi, comunque, sarebbe stato considerato un reato di serie B, che non avrebbe avuto la giusta considerazione e il dovuto impegno da parte delle forze dell’ordine.
In ogni caso, Stella da quella sera non chiamo più.
Per qualche giorno mi parcheggiai al bar in piazza davanti alla cabina telefonica da cui partivano le telefonate. Qualcuno in quei giorni cominciò a dubitare della mia stabilità mentale. Portavo con me i libri per darmi un tono, ma stavo ore sulla stessa pagina. Ormai tutti mi guardavano un po’ con simpatia un po’ con commiserazione. Poi gli esami. Il lavoro. La vita riprese il suo corso.
Ricordo però che ogni volta che squillava il telefono il pensiero tornava a Stella.
Scoraggiate dallo scarso successo del centro, anticipammo la sua chiusura. In fondo eravamo volontarie. Sacrificavano ai turni le ore che avremmo dovuto dedicare alla nostra vita privata, agli svaghi. L’unica motivazione che ci spingeva era la ferma volontà di dare un contributo, nel nostro piccolo, alla causa delle donne. Se le donne non rispondevano veniva meno l’unica motivazione.  Silvana aveva avuto la sua bambina, Anna si sposava, io avevo l’università, per cui intorno a metà giugno avevamo già smantellato tutto.
Il 27 giugno parcheggiai il mio scooter vicino alla Chiesa principale in piazza e scesi per andare in  edicola a comprare i soliti giornali. Non feci caso, al momento, al nugolo di persone davanti all’apposito spazio comunale per l’affissione dei manifesti. Nella bacheca, in bella mostra,  il “Giornale del S.”, quotidiano locale, titolava : “Il corpo senza vita di Stella M. è stata rinvenuto nella sua stanza, intorno a mezzanotte, dallo zio della vittima. Causa della morte una dose massiccia di farmaci di ogni tipo. Gli inquirenti non hanno dubbi sul fatto che si sia trattato di suicidio. Si ignorano i motivi. La ragazza aveva abbandonato la scuola in seguito ad un calo del suo rendimento dovuto, forse, a un’adolescenziale delusione amorosa. La  famiglia, sbigottita, non riesce a darsi pace. Oggi Stella avrebbe compiuto 17 anni”.
Istintivamente, come un automa mi diressi verso il gruppetto di persone.
Poveri genitori…era l’unica figlia femmina, come si potranno mai rassegnare…”; “Questi giovani di oggi! Non si sa cosa vogliono. Hanno tutto e fanno sono guai. I dolori, poi sono di chi rimane. Troppi vizi..ai miei tempi…”; “Ah! Forse ho capito chi è…me la ricordo. Usciva poco e non parlava mai…non rispondeva nemmeno se la salutavi…non ci stava molto con la testa…
Mi arrivava solo l’eco delle parole che ascoltavo…Mi feci largo e lessi la locandina funebre:“I genitori affranti ne danno il triste annuncio …
Già affranti…chissà cosa avrebbero dato ora in cambio per vacanze e vestiti e, cosa ben peggiore, Marco avrebbe più avuto il suo motorino?

di Eleonora Gitto

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