Falcone e Borsellino, Cosa Nostra e l’ipotesi B

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Ipotesi B come Berlusconi. Che cosa ha a che fare Silvio Berlusconi con le stragi del 1992 e con quelle del 1993 a Firenze, Roma e Milano? Molto, almeno a sentire Gaspare Spatuzza.

“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”. Giovanni Falcone

1992-1994, senza tema di smentita è stato il momento più drammatico della nostra storia, almeno dal dopoguerra a oggi.  In quegli anni il mondo politico si è sgretolato trascinando i partiti che, nella caduta rovinosa di calcinacci e mura fracide, si sono polverizzati lasciando un vuoto presto colmato da faccendieri senza scrupolo che hanno imposto una nuova scuola di pensiero la quale immediatamente e senza fatica alcuna ha trovato molti fedeli seguaci. Tale scuola partiva da un assunto destinato a cambiare per sempre “l’arte di governare la società”, snaturando il significato stesso della parola “politica” che da “amministrazione della polis per il bene di tutti” si trasforma in “gestione del potere per il bene di uno solo”. In breve, l’indicazione che da questa nuova scuola arriva è che non bisogna “fare politica”, ma semplicemente “usarla”.

E così accadde che dopo il 1992 le inchieste di Mani pulite provocano un terremoto che porta alla dissoluzione dei partiti che avevano permesso a Berlusconi di diventare “il grande imprenditore” che tutti conosciamo. La Fininvest, senza “santi protettori”, presto si ritrovò sommersa da debiti e le banche creditrici pretesero una specie di commissariamento che portò ai vertici dell’azienda il manager Franco Tatò. Allora, Berlusconi, spinto da Marcello Dell’Utri, pensò bene di creare un suo partito: Forza Italia.  Da quel momento Silvio si libera dei tanti poco affidabili “santi” dalla vita fugace e, spdestando tutti, va a sedersi direttamente sul trono di dio. Da questo momento in poi, il resto del mondo dovrà pregare lui!

Caso strano, però, proprio in quegli anni cominciano a scoppiare una serie di bombe che: causano stragi, eliminano due tra i magistrati più famosi d’Italia, uccidono complessivamente ventuno persone, provocano un’ottantina di feriti, mettono in pericolo il patrimonio artistico del Paese, tengono a lungo sotto ricatto le istituzioni. Che cosa è davvero successo in quel passaggio d’epoca? Chi si è attivato? Quali sono stati i protagonisti che si sono mossi nell’ombra? Che ricatti sono scattati? Nella ricostruzione storica di quegli anni rimangono ancora molti buchi neri. Stando a quanto dichiarato dal pentito Gaspare Spatuzza, proprio Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri erano i due componenti dell’entità esterna a Cosa Nostra che insieme all’organizzazione criminale sarebbe responsabile delle stragi del ’93 ai danni patrimonio artistico italiano. Per Spatuzza, dunque, erano i due uomini Fininvest a sedere in cabina di regia: “C’erano loro dietro le bombe”, ha affermato davanti ai giudici.

Come dimenticare quell’evento che, di fatto, mise fine alla lotta contro la mafia? 1992 Giovanni Falcone fu fatto saltare in aria perché troppo scomodo. Aveva scoperto e messo alla luce i rapporti tra mafia e politica e il nome di Silvio Berlusconi legato ai fondi neri Fininvest, aleggiava su quell’inchiesta che gli costò la vita. Stessa sorte toccò a Paolo Borsellino amico, collega di Giovanni Falcone. Morti entrambi per cercare quelle verità che non potevano essere svelate.

Ma come siamo passati da quegli anni 60 che portarono a quello ”autunno caldo” del 1969 che segnò in Italia uno dei punti più alti della contestazione, agli anni delle stragi? Come siamo arrivati dagli anni caratterizzati dalle lotte operaie per il rinnovo d’importanti contratti nazionali di lavoro (primo fra tutti quello dei metalmeccanici) e da grandi scioperi generali agli anni di Berlusconi? Se è vero che “c’è sempre una relazione tra gli eventi“, come scrisse Isabelle Allende, allora bisogna ammettere che quel movimento così “rimpianto” del 68 italiano forse è stato troppo mitizzato. Infatti, col senno di poi, ci accorgiamo che esso fu un movimento sterile, discontinuo, poco unitario nei fatti. La successiva istituzionalizzazione dei movimenti impedì al Sud Italia il coinvolgimento pieno nell’ondata “rivoluzionaria”, perciò rimase arretrato a tal punto da conoscere una seconda fase migratoria. La prima fase aveva visto l’esodo in massa verso il Continente, questa seconda degli anni 70 portava i migranti verso l’Italia Settentrionale. Si abbandonavano i campi da coltivare per andare lavorare nelle fabbriche. E mentre i movimenti di lotta viaggiavano “scollati” se seminavano i germi della gramigna che avrebbe portato, negli anni a seguire, alla devastazione, il governo architettava piani unitari, in cui un altro germe, quello del fascismo, mai eliminato, era gelosamente custodito e curato in attesa di tempi migliori per rispuntare più forte e rigoglioso che pria. Per questo, pur riconoscendone alcuni aspetti positivi, gli anni del 68 italiano furono un totale fallimento perché, alla fine, non hanno portato a niente: il Paese è rimasto spaccato in due mentre era necessario (e i presupposti c’erano tutti) tenerlo unito sotto gli stessi principi costituzionali e lo stesso pensiero.

Oggi 2012 viviamo la stessa identica situazione con l’aggravante che siamo diventati ancora più imbecilli perché in sessanta anni ci siamo divorati la Costituzione, diventata ormai meno utile della carta igienica. E questo solo perché siamo stati così bravi da affidare per anni i nostri destini a delinquenti incalliti. In più si assiste a un reset generazionale iniziato negli anni 60 sotto i fumi di un’illusione che ha stordito molti. Non c’è stata una continuazione di ciò che è stato faticosamente ottenuto con il sangue nel 1948, la nuova leva di giovani è figlia diretta e di discendenza di una generazione fallimentare sotto ogni punto di vista. Come popolo abbiamo migliorato e perfezionato l’ignoranza pensante. Quindi, che cos’è cambiato oggi? Niente. Non è mai cambiato niente, siamo rimasti sempre fermi a vegetare, sempre divisi, sfaldati, sempre a delegare qualcuno al posto nostro. Viviamo di speranza, con l’assenza totale di prospettive. Inoltre, siamo sempre più soli. Isolati l’uno dall’altro, scegliamo come compagna la disperazione e con lei è facile commettere atti incosulti che rendono la protesta inconcludente e suicidaria.

La triste verità è che questo nostro Bel Paese ha il “meritato” bisogno di sprofondare negli abissi per ricominciare a risalire la china. Chissà, se è rimasto intatto almeno lo spirito di sopravvivenza, forse solo toccando il fondo potrebbe scrollarsi di dosso apatia e torpore e darsi una mossa per iniziare a ricostruire. Serve una rivoluzione alla Zapata, Che Guevara et similia? No. Viene in mente la scena di un film stupendo: “Giù la Testa” di Sergio Leone che è molto chiaro circa questo tipo di rivoluzione. Oppure Mario Monicelli che in una intervista delineò in sintesi questa nuova e marcia società italiana.  Purtroppo non si ha voglia di cambiare, perché culturalmente dilaniati privi di qualsiasi ragionamento rivolto al bene comune: siamo diventati schifosamente abitudinari. Forse un giorno tutto cambierà in meglio. Forse qualcuno inizierà a tracciare un nuovo cammino da seguire. Forse si avvererà il sogno di un altro mondo possibile. Forse chissà, domani…ma non oggi e, soprattutto, non con noi…

“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.  Giovanni Falcone

di Pasquale Sacchinelli

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