Esco dalla porta di servizio delle stelle

Fiori nei cannoni

Esco dalla porta di servizio delle stelle“. I versi di Pasquale Sacchinelli ci riportano a un recente passato e ci ricordano che siamo ancora in tempo per non rassegnarci, siamo ancora in tempo per cambiare.

Negli anni Sessanta i giovani cominciarono al liberarsi dagli schemi preconfezionati di una società conformista, perbenista, moralista e bigotta. Cominciarono a ribellarsi al consumismo; alle discriminazioni razziali; alle tendenze imperialistiche della politica statunitense; alle insidie della “guerra fredda” che, con la crisi di Cuba del 1962, fu a un passo dal convertirsi in aperto conflitto tra le superpotenze, impegnate, allora, nella gara per gli armamenti nucleari. Nato in sordina, prendeva sempre più piede questo movimento di cultura underground che prese il nome di Movimento Hippy. Gli Hippies contrapposero il “potere dei fiori”, a quello delle armi, e, più in generale, il rifiuto delle logiche economiche e politiche prevalenti, da parte della “beat generation” – dei gruppi giovanili, cioè, che si proclamarono “battuti” dalla ferrea legge del progresso, si rappresentarono come una generazione perduta e si autoesclusero dalla società del benessere a cui appartenevano. Come è facile immaginare, essi suscitarono scandalo, sdegno e condanne.

A distanza di cinque decenni, i movimenti giovanili che precorsero la ribellione del ’68, ci appaiono nel loro complesso piuttosto come una manifestazione autentica dello spirito di libertà, che, fin dalle sue origini, ha caratterizzato la nazione americana. All’interno del movimento “beat”, gli Hippies ricercarono una soluzione esistenziale alternativa all’integrazione nella società, che essi giudicavano marcia e disumana, identificandola nella formazione di comunità in qualche modo autosufficienti, basate sulla libertà, la non violenza, il rapporto con la natura, l’abbandono al flusso delle cose, secondo l’ideale dell’io-tutto, mutuato dallo Zen. Il flower power si espresse soprattutto nella ricerca di una felicità prodotta artificialmente con l’uso di droghe, nella libertà sessuale, nella moda dei culti orientali. Nel bene e nel male, gli Hippies hanno segnato la storia dei nostri tempi, concorrendo ad una rivoluzione culturale, che si è affermata e diffusa ben oltre il contesto territoriale e sociale, in cui ha avuto origine, modificando idee, modi di pensare, ordinamenti sociali, costumi di vita, espressioni artistiche dei diversi paesi del mondo ed influendo anche sugli orientamenti politici internazionali.

Per questo, tornare a riflettere su un fenomeno come quello del dissenso giovanile degli anni Sessanta è utile per capire i successivi sviluppi che si sono avuti, in particolare, nei paesi industrializzati dell’Occidente, dove la protesta dei giovani continua ancora in modo strisciante, alimentata da un disagio, che oggi, però, trova la sua fonte principale nella difficoltà di una sicura collocazione entro il sistema sociale, in cui i giovani aspirano ad inserirsi e da cui temono di rimanere esclusi. Gli effetti positivi della rivolta degli Hippies possono essere individuati nell’affermazione degli ideali pacifisti, dei metodi non violenti, dei diritti civili, di una concezione meno formalistica della famiglia, e nella diffusione di atteggiamenti più tolleranti nei confronti della diversità e delle scelte sessuali individuali. Né si può ignorare il contributo di creatività arrecato dal movimento alle arti rappresentative (teatro, cinema, pittura), alla musica (riscoperta della folk music, del blues e del jazz) e alla moda, anche attraverso l’introduzione di elementi tratti dalle culture orientali. Gli aspetti negativi sono costituiti, invece, dall’impulso dato al consumo di droga e dalla proposta di modelli di vita individualistici ed edonistici, che si ponevano, cioè, sullo stesso piano dei modelli avversati.

Gli Hippies furono sostenitori di un’ utopia e riuscirono a dimostrare, che anche le utopie possono contenere elementi vitali in grado di incidere nella realtà e di modificare situazioni cristallizzate. Ma la loro era un’utopia pre-moderna, antiindustriale, che si sostanziava nel ritorno ad un’agricoltura senza macchine. Questo fu il limite del movimento, segnato dall’astrattezza propria di tanti movimenti giovanili di protesta. Alla giusta denuncia dei pericoli e degli effetti indesiderati dell’industrialismo, si accompagnava il rifiuto della storia e ciò condannava il movimento Hippies ad esaurirsi in breve tempo e ad essere riassorbito, come di fatto è avvenuto, da quel sistema, che intendeva combattere e rispetto al quale esso rappresentò un fenomeno temporaneo di fluttuazione: il sintomo di una crisi, non già una proposta di soluzione.

Oggi c’è ancora chi tenta di arginare l’ondata di conformismo, ipocrisia, razzismo e consumismo che ha travolto la nostra generazione. Ognuno di loro trova il modo di esternare la sua insofferenza. Pasquale Sacchinelli ci prova con i suoi versi, e ci ricorda che non tutto è perduto…Siamo ancora in tempo per non rassegnarci, siamo ancora in tempo per cambiare …

Esco dalla porta di servizio delle stelle
di Pasquale Sacchinelli

L’anarchia è malattia deviante
della libertà nella sua essenza
nata dall’eccessiva insania contraria
a quella di potere e di partito
dove i morti non sono mai abbastanza
e le rovine aumentano dimensione
con il peccato di sottomettersi a se stessi
nella presunzione di governarsi il difetto.
Troppi simboli hanno squamato l’orizzonte
troppe ignare adesioni all’insano pretesto
di sostituire Satana a se stesso,
nell’importo inferiore di pensiero
di nullafacenti in piazza a predicare cazzate
mentre un operaio muore pressato
e una madre piange per miseria.
E’ da secoli che si rinnovano le catene
dall’impero delle aquile reali
alla croce santa, celtica e al martello
che nulla è cambiato se non in peggio
in quel divenire di sangue innocente
sepolto dalle industrie, dalle guerre e dal cemento.
Non c’è l’assistenza della storia vissuta
ma solo di quella scritta a tradimento
per esigenze personali di comando
con richieste esose di governo.
Non è più tempo di vestirsi tutti uguali
per appartenere a un idiota diverso,
preferisco un fabbro che mi spezzi le catene
e uscire dalla porta di servizio delle stelle
dove Giustizia prestò giuramento
a vegliare su chi la invoca,
e non veder più voi scempi menomati
a sbandierare pace e libertà
per poi voltarvi dall’altra parte a culo chino
e dire con fierezza si Signore.

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