Dizzy Gillespie, la rivoluzione con una tromba all’insù

Oggi il doodle di Google ci ricorda la nascita di Dizzy Gillespie, il grande jazzista padre del minimalista Bebop. Trombettista, pianista, compositore, cantante, percussionista e bandleader, questo poliedrico artista era nato a Cheraw, South Carolina, il 21 ottobre 1917.

In effetti il primo germe del bebop lo seminò Charlie Parker. Si era in pieno periodo bellico, i locali e le case discografiche si sforzavano di far dimenticare la guerra e i problemi sociali (in primis l’apartheid nei confronti dei neri): le orchestre swing, come quelle celebri di Benny Goodman e Glenn Miller, erano le più adatte a questo scopo e, perciò, erano quelle più richieste. Erano composte soprattutto da musicisti bianchi, che avendo assimilato perfettamente il linguaggio swing, riuscivano ad accaparrarsi le scarse occasioni di lavoro. Per i musicisti neri si ponevano due obiettivi: liberarsi dai rigidi arrangiamenti delle big band per esprimersi più liberamente e manifestare tangibilmente la loro ribellione a quel mondo ipocritamente sorridente. Fu così che Charlie Parker, un ragazzo di diciannove anni catapultato da Kansas City alla 52a strada di New York, cominciò a suonare improvvisando sopra uno standard a una velocità pazzesca, con sostituzioni di accordi ardite e mai sperimentate prima. Erano le prime avvisaglie di bop, in cui tutto quello che era banale, scontato, ballabile o gradito al pubblico medio dell’epoca è sistematicamente bandito.

Quella del Bebop fu una rivoluzione che andava di là dell’aspetto strettamente musicale. Fu un movimento elitario, nero, in poche parole, di nicchia. Tra i locali di New York che ospitavano i primi after hours Be Bop, i più celebri erano il Monroe’s e il Minton’s. Qui, di notte, dopo che i musicisti avevano suonato per far ballare i clienti e per guadagnarsi da vivere, si riunivano Charlie Christian, il pianista Thelonious Monk e Dizzy Gillespie, il batterista Kenny Clarke e lo stesso Parker. Liberi dai vincoli del leader d’orchestra e del pubblico da compiacere, questi musicisti cominciarono a sperimentare nuove soluzioni musicali fino a codificare il bop. Cambiava il jazz e cambiava la musica. Il jazz diventava maturo, intellettuale, impegnato e deliberatamente rivoluzionario.

Essendo un movimento volutamente di nicchia (a volte quasi privato, sempre dopolavoristico), molte delle idee musicali scaturite a quel tempo non furono mai registrate né messe per iscritto. “Si deve a Bird più che a chiunque altro il modo in cui fu suonata quella musica; ma è merito di Dizzy se fu messa per iscritto” (J.E. Berendt, Il libro del jazz).

Il termine “bop”  è un’onomatopea che imita una brevissima frase di due note usata talvolta come “segnale” per delimitare le varie sezioni del brano: è anche il titolo di un brano di Dizzy Gillespie, uno dei primi che segna il passaggio da swing a bop.

Dizzy suonava con una tromba che aveva la campana rivolta in alto.  Il motivo fu oggetto di molte speculazioni, ma il vero motivo – spiegato nell’autobiografia – della strana forma era che una sera, durante uno spettacolo, lo strumento fu fatto cadere dal duo comico Stump and Stumpy che si esibiva prima di Dizzy. Il suono e la forma non gli dispiacquero: la campana rivolta in alto gli permetteva di leggere gli spartiti senza dover abbassare la testa, e inoltre riusciva a sentirsi meglio perché il suono veniva riflesso dal basso soffitto dei locali dove si esibiva. Fu così che, giacché la sua era stata danneggiata nell’incidente, di farsi realizzare una tromba con la campana piegata a quarantacinque gradi verso l’alto. E con questo strumento suonò per il resto della vita.

Negli ultimi anni Gillespie rallentò molto la sua attività. Si dedicò prevalentemente all’insegnamento e fu spesso ospite in Italia a Bassano del Grappa, dove gli fu conferita la cittadinanza onoraria e dove fondò la locale Scuola popolare di musica, oggi intitolata a lui. Gillespie morì di cancro al pancreas nel 1993 a settantacinque anni; è sepolto nel Flushing Cemetery, nel Queens, a New York.

Alla gente non importa se gli suoni un accordo di tredicesima fratturata, purché lo possa ballare” (Dizzy Gillespie).

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